Come digerire un rifiuto

Se siete stati innamorati di qualcuno che ci ha rifiutati non potete non aver provato lo sconforto e il dolore, mentale e persino fisico che un rifiuto comporta. Innamorarsi a vuoto, di una persona che non corrisponde, è una delle sensazioni peggiore che la sfera sentimentale può regalare. Ma se si sa come comportarsi, talvolta è più facile venirne fuori.

Spesso alla sconforto succedono sentimenti più vistosi, importanti, come la rabbia, il disprezzo, persino la sensazione di aver fallito e l’idea che innamorarsi in fin dei conti non sia tutta sta gran cosa, se questo è il prezzo da pagare.

Va anche detto che il rifiuto e il rigetto dipendono dalle situazioni. Può essere frutto di un amore non corrisposto, ad esempio un’amicizia che lentamente evolve in qualcosa di più e che non può andare oltre, quando si palesano i sentimenti. Oppure quando si scopre l’infedeltà di un partner e ci si sente vuoti, privi di valore. O ancora quando la relazione finisce, quando insomma non c’è più nulla da fare per andare avanti o come dicono splendidamente i Pink Floyd:

Notte dopo notte fingiamo che tutto vada bene
Ma io sono cresciuto e
tu sei diventata più fredda e
non c’è più niente che diverte

E ancora quando finisce l’intesa a letto e una relazione va avanti senza alcuna intimità e senza l’indispensabile ingrediente del sesso.

Dipende proprio dai casi, a volte questa sensazione di rifiuto può sorgere dal nulla, inaspettata, altre volte matura nel tempo, si insinua come un veleno nel nostro sangue, fino ad esplodere in un bubbone difficile da contenere. Chiunque sia stato rifiutato sa che c’è un momento nel quale si apprende, si entra in contatto con la dura realtà, un momento che magari abbiamo provato in tutti i modi a rimandare, come un brusco risveglio.

Quel momento in cui si cede, ci si sente incapaci di decidere, finanche di parlare e provare a dire qualcosa. E peggio ancora: il momento in cui ci si rende conto che di fronte abbiamo una persona intransigente che non ne vuole sapere. I giorni successivi, spesso dipende dall’età, si mangia poco, si dorme male, si lavora peggio o chi studia scopre di avere pochissima concentrazione. Questo dolore mentale diventa quindi fisico. C’è un bellissimo e vecchio romanzo di Elena Ferrante, I Giorni dell’Abbandono, che descrive benissimo questo momento da parte della protagonista. Uno stato di dissociazione emotiva che si riflette sulla sua vita familiare, sui figli, perfino sull’igiene della casa.

Il punto è che nel momento del rifiuto dobbiamo spostare il punto di vista dalla persona che ci ha rifiutato, a noi stessi. In fin dei conti noi dobbiamo vivere la nostra vita, continuare, andare avanti e farcene una ragione. Non possiamo pretendere di limitare le nostre giornate a un punto di vista altrui. La cosa migliore da fare è dare tempo al tempo, come si suol dire: cioè prenderci i giorni in cui siamo scombussolati, increduli e lasciare che i sentimenti di rabbia e frustrazione decantino, facendo scivolare il punto di vista di chi ci ha lasciati o ci ha rifiutato in ultima posizione. E rimettendo noi stessi al centro. In questo modo si scoprirà che il rifiuto fa solo parte della vita.

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