C’è troppa economia e poca politica?

Anche il vertice di Atene che vede impegnati i leader dei paesi Mediterranei appartenenti all’Unione Europea ha ribadito – tra le resistenze tedesche – che l’asse Italia-Francia è forte e vorrebbe un’Europa meno economica e più politica. Infatti, sembra sempre che l’argomento cardine di qualsiasi discussione politica riguardi la politica economica, come se in essa si concentrasse tutta l’azione dei governi.

Lo vediamo anche nel nostro paese, non c’è bisogno di far riferimento alla politica economica dell’Europa. Il governo quasi sempre viene giudicato dai risultati economici e non da altri fondamentali. Per il Governo attuale presieduto da Renzi è lo stesso: i suoi avversari, quando vogliono sminuirlo o criticarlo con ragione, tendono a puntare il dito contro le scelte economiche e soprattutto contro i risultati, giudicati scarsi, ottenuti fin qui.

La macroeconomia è importante lo sappiamo, ma sembra che non vi sia altra politica che la politica economica.

I governi in effetti possono influire largamente sui sistemi economici, con politiche economiche veramente efficaci, anche se come ci piace ricordare, sono le imprese e i sistemi economici a determinare la crescita. Un sistema economico è formato da più livelli nei quali entrano in gioco sia i venditori, sia i compratori, a più strati, all’interno di regole nazionali e sovranazionali.

La politica guarda all’economia spesso con sospetto, con paura, timorosa di fare scelte radicali, per evitare che vi siano scostamenti decisi che procurino degli svantaggi, questo perché essa non crea ricchezza. Quasi sempre vediamo che i governi, in Italia, si preoccupino di distribuire meglio la ricchezza, di “trovare le risorse”, ma fanno pochissimi per aumentare la massa globale. Facciamo conto che io, presidente del consiglio o ministro dell’economia, abbia 100 euro da distribuire. Ne darò 20 alle classi deboli sotto forma di servizi, 10 sotto forma di incentivi, 10 sotto forma di sgravi fiscali, 20 lo metto per i servizi, il resto lo utilizzo per le spese correnti. La politica del governo da un ventennio è basata su queste suddivisioni. Se si tocca la spesa pensionistica bisogna ritoccare gli emolumenti agli enti locali, se taglio da una parte posso recuperare dall’altra. Insomma, anziché preoccuparsi di creare le condizioni per salire da 100 a 110 – quindi creare più ricchezza – i governi tendono a giocare con le percentuali, trovando di tanto in tanto soldi per qualcosa, in modo estemporaneo. Se si parla di declino italiano è anche per questo.

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