Capitalismo e comunismo hanno ancora senso?

Con la crisi dei mutui “subprime” del 2008, in tanti hanno cantato il de profundis al capitalismo, dicendo che era morto perché stavano venendo meno le certezze che usualmente il mercato era solito dire. Certezze che erano basate sul fatto che questa crisi aveva lasciato molti americani senza casa, e in Europa, tantissimi lavoratori senza impiego.

D’altro canto con la fine dell’embargo americano su Cuba e le continue trasformazioni della Cina, che ancora nel 2016 ha registrato un tasso di crescita della produzione industriale pari 5,5% ha fatto scrivere della fine di un’era, come se il Comunismo non fosse già stato dato per morto nel 1989.

Ma effettivamente cosa rimane di queste due ideologie dominanti del XX secolo?
Comunismo e Capitalismo sono state viste come le due vie principali all’organizzazione economica e politica di un paese. I fautori del capitalismo hanno sempre insistito sul legame intrinseco che lega capitalismo, economia di mercato e democrazia. Tanto che spesso il presidente americano, ancora oggi, viene definito il “leader del mondo libero”, in contrapposizione al blocco antagonista, che oggi in realtà non esiste più.

Il comunismo invece fu un grande esperimento socio-economico, soprattutto nella forma del socialismo reale sovietico, che poi è stato imitato ed esportato in vari paesi, segnatamente la Cina, la Corea del Nord, per un momento la Cambogia, Cuba e il Vietnam. Il comunismo era basato sull’assunto che lo stato dovesse giocare un ruolo centrale, in quanto formato dai soviet, i comitati dei lavoratori. Come rappresentanti dei lavoratori i Soviet detenevano il potere e potevano organizzare la vita economico dello stato, partendo dal principio che non esiste la proprietà privata. Nel senso che la produzione dei singoli e dei più minuscoli collettivi di lavoratori, non producevano per sé stessi o per rivendere i loro prodotti alla collettività, ma per lo stato, che incamerava i beni e poi li ridistribuiva alla popolazione secondo i bisogni.

Ovviamente, il comunismo è fallito perché esso non è riuscito a scindersi dal totalitarismo, esattamente come i regimi che propugnavano la Terza Via, in particolare il Fascismo italiano e la sua imitazione meglio riuscita, il Nazional Socialismo Tedesco.

In definitiva: per il Capitalismo, il miglior modo per lavorare senza subire le pressioni dei datori di lavoro è acquisire maggiori libertà, che possono nascere da un forte potere contrattuale, ma nell’ambito della libertà di impresa che favorisce anche il datore di lavoro. Per il Comunismo, il lavoratore è schiavo dei mezzi di produzione posseduti dal datore di lavoro (il capitalista), per cui egli sarà sempre subordinato al suo datore non ricevendo che una minima parte del capitale.

Oggi non ha molto senso parlare di capitalismo e comunismo, quanto di socialdemocrazie e libero mercato. La lancetta della destra e della sinistra oscilla lungo uno spettro che va dal tradizionale laissez-faire alla politica economica dirigista di stampo keynesiano, che in Italia ha perdurato fino all’epoca delle privatizzazioni.

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