Cosa sta succedendo in Venezuela e nelle Filippine

In Italia l’attenzione per la politica estera si rivolge principalmente a ciò che succede negli Stati Uniti (entrati nella fase calda della sfida per le presidenziali tra Hillary Rodham Clinton e Donald Trump) e nell’Unione Europea, principalmente in Germania, Francia e qualche altro paese. Per il resto ci occupiamo spesso di terrorismo, ma in modo superficiale, accontentandoci di sapere cosa succede a grandi linee in Siria e Iraq, dove diverse fazioni si combattono insieme a Turchia, Russia e Stati Uniti. Un fronte caldo è quello libico, ma nei telegiornali e sui siti meno se ne parla meglio è.

È chiaro che siccome siamo provincia del mondo, per quanto ci piaccia considerarci più importanti di quello che siamo, a volte ignoriamo che da altre parti del pianeta accadano fatti di importanza capitale, che ignoriamo semplicemente perché siamo troppo lontani oppure troppo occupati alle nostre vicende.

Due paesi che sono al centro dell’attenzione in questo periodo: Venezuela e Filippine. Sui siti internet nostrani abbiamo letto due notizie riguardanti i presidenti di questi paesi. Il presidente venezuelano Maduro, erede del defunto Chavez, famoso per indossare delle tute da ginnastica anni Novanta e per il baffo vagamente retrò è dovuto scappare mentre faceva jogging, inseguito dalla proverbiale folla inferocita. Il presidente filippino Duterte invece è balzato agli onori della cronaca per aver insultato Obama durante un vertice dei paesi asiatici in Laos. Non una bella cosa per il presidente americano, che si è sentito dare del figlio di buona donna dall’esplosivo presidente filippino.

In Venezuela la rabbia contro Maduro dipende da fattori economici. Nonostante il Venezuela possieda petrolio e sia potenzialmente uno dei paesi più ricchi dell’America Latina, le scelte del presidente hanno impoverito il paese fino al punto in cui mancano letteralmente le materie prime. I costi di zucchero, uova, pane sono saliti alle stelle, i supermercati di Caracas sono vuoti. Le politiche socialiste del presidente si sono rivelate disastrose e l’opposizione, che recentemente ha vinto le elezioni parlamentari, non vede l’ora di mandare a casa il pittoresco presidente.

Nelle Filippine il problema deriva dalle politiche antidroga del presidente Duterte. La campagna di repressione del traffico della droga ha portato a 3000 vittime, la polizia, secondo le organizzazioni internazionali e gli Stati Uniti, ex padroni coloniali delle Filippine, avrebbe portato a circa 2000 morti non giustificate da nessuna decisione giurisdizionale. Duterte ha insultato Obama intimandogli di farsi gli affari suoi, che le Filippine non sono più una colonia americana e che egli risponde solo al suo popolo. Solo nelle ultime ore sembra che il presidente filippino si sia dispiaciuto per l’insulto, probabilmente dopo che Obama ha cancellato un importante incontro bilaterale. Le cifre dicono: 1916 morti, di cui 1160 senza spiegazioni, mentre sarebbero 756 le morti riguardanti i trafficanti e i tossici.

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